mercoledì 16 agosto 2017

Salvador Dalì tra arte e cibo. Parte 2: Les diners de gala.

Come ho affrontato nel precedente articolo dedicato a questo straordinario artista, Salvador Dalì ha da sempre avuto un rapporto molto stretto e particolare con il cibo, fin dalla sua infanzia, un legame saldo e profondo che ha coinvolto non solo la sua vita privata ma anche quella pubblica e il suo modo di fare arte. Del resto confessò che da piccolo avrebbe voluto diventare cuoco; questo desiderio dell'infanzia spiega molto il rapporto con il cibo documentato nel post precedente. Il culmine di questo legame è rappresentato dal suo particolarissimo ricettario "Les diners de gala", opera riccamente illustrata e pubblicata originariamente nel 1973 e contenente incisioni e dipinti erotici dell'artista.



Il ricettario è suddiviso in dodici capitoli ciascuno dei quali copre una specifica classe di piatti resi surrealisti sia sul piano gastronomico che estetico soprattutto il decimo, dedicato ai cibi afrodisiaci.
Già dalle prime ricette si può intuire come il ricettario sia dedicato ai piaceri del gusto e raccolga al proprio interno tutti gli aspetti riguardanti il legame particolare tra arte, artista e cibo.
Una raccolta quindi di idee, anzi, visioni e commistioni visive, sensoriali e gustative racchiuse in un ricettario stampato in soli 400 esemplari.



Dalì descrive ed illustra specialità amate dalla sua compagna e musa Gala: pietanze esotiche a base di rane, lumache ed altri ingredienti afrodisiaci, pensati e preparati in collaborazione con i migliori chef di Parigi. Non solo ricette però, anche rappresentazioni ed opere dell'artista e foto delle serate particolari che amava organizzare con la sua musa e compagna.
Un opera quindi curiosa e molto forte sia per quanto riguarda l'impatto visivo che (dal punto di vista gastronomico) per gli accostamenti proposti. Un mezzo valido per conoscere meglio una delle maggiori personalità artistiche del secolo scorso e il suo profondo legame con il mondo alimentare.


mercoledì 2 agosto 2017

Le dolci tentazioni ... nell'arte!

I dolci sono preparazioni presenti in molte occasioni nel corso della vita, sia per festeggiare ricorrenze religiose o civili che per commemorare i defunti. Sono inseriti anche nella storia e la tradizione della loro preparazione affonda le radici nel tempo.
Già a partire dal mondo antico, nel rituale nuziale di greci e romani, per esempio, gli sposi si scambiavano dolci. Nonostante ciò va precisato che la produzione era fondamentalmente domestica, sebbene alcuni panettieri li producessero all'interno delle loro attività.

(Jan Steen, La festa di San Nicola, 1665-1668, Amsterdam,
Rijksmuseum)

Fu solo all'inizio del Medioevo che la loro produzione si spostò, divenendo una delle attività dei monasteri, in particolar modo negli ordini femminili.
Dal XIV al XVI secolo , attraverso l'evoluzione delle tecniche di produzione dei dolci e l'aggiunta di nuovi ingredienti, nacquero e si consolidarono soprattutto in ambito italiano le differenze dolciarie di matrice regionale o comunque territoriale; i savoiardi e la crostata appartengono proprio a questo periodo. Durante il Rinascimento il dolce diventò uno status symbol, prelibatezza gastronomica destinata quasi esclusivamente ai palati che se lo potevano permettere considerando soprattutto il costo di materie prime come lo zucchero.
Questo aspetto culturale e sociale rimase consolidato anche nei secoli successivi, i dolci nella vita dei nobili erano presenti a partire dalla colazione fino agli ultimi momenti della giornata.
Furono uno dei punti importanti non solo per la gastronomia ma anche, in generale, per la cultura del territorio; questo aspetto durò secoli. Nel XVIII secolo Vincenzo Corrado, cuoco filosofo e letterato italiano, dedicò la sua opera "Il credenziere di buon gusto" proprio ai dolci; del resto il Settecento fu un secolo importante per la pasticceria, soprattutto quella francese che si arricchì di numerose preparazioni e materie prime nuove o fino ad allora poco utilizzate.
L'Ottocento fu segnato soprattutto dallo sviluppo dell'industria, in un secondo momento anche quella alimentare e, al tempo stesso, alla predilezione della sempre più diffusa pasticceria professionale su quella casalinga.
Nell'arte, come del resto è stato visto per numerosi altri prodotti o generi alimentari, i dolci sono presenti sotto più significati, religiosi e laici.

(Christian Berentz, Cristalli e piatto di biscotti, fine
del XVII secolo, Roma, Galleria Nazionale d'Arte Antica)

La prima opera proposta qua sopra presenta una scena di un ambiente aristocratico. I biscotti savoiardi nacquero nella Savoia attorno al XV secolo e furono una prelibatezza gastronomica che non tutti potevano permettersi. Il piatto d'argento su cui posano i dolci ne enfatizza la prelibatezza; infine la bottiglia di cristallo contenente il vino dolce ne testimonia l'abbinamento e conferma nella sua raffinatezza i ceti a cui il tutto era riferito.
Nell'opera presente qua sotto il vino è un chiaro riferimento all'eucarestia; i cialdonari, ovvero gli artigiani che preparavano le cialde, erano particolarmente in voga nel XV secolo. In questo caso il dolce sfizioso presente fa da completamento al significato del vino, ovvero le ostie utilizzate per l'eucarestia.

(Lubin Baugin, Un dessert di cialde, 1653-1640 circa, Parigi, Louvre)

In ultimo ho scelto questo magnifico quadro presente qua sotto che è molto particolare, soprattutto se si parla di arte e cibo. Nelle raffigurazioni dell' Ultima Cena infatti solitamente non sono presenti dolci, in questo caso Tintoretto pone al centro dell'opera una torta, aspetto insolito, simbolo che rimanda con tutta probabilità all'idea della dolcezza del corpo di Cristo fattosi eucarestia.
Simbologie curiose ed importanti insomma, che testimoniano un rapporto unico e particolarissimo!.


(Tintoretto, Ultima Cena, 1592-1594, Venezia, San Giorgio Maggiore) 

venerdì 28 luglio 2017

Il pepe tra storia, curiosità ed arte.

Dalle Cronache dell'esploratore cinese Tang Meng, il pepe era conosciuto in Cina già nel II secolo a.C. , anche se altri documenti ne proverebbero la presenza già prima. Marco Polo nei suoi scritti conferma l'utilizzo di questa spezia nella cucina cinese.
In Africa ed Europa arrivò quasi sicuramente attraverso le carovane; il suo consumo nell'antico Egitto è confermato dalla presenza nelle tombe dei faraoni. Nell'antica Roma il pepe (ma del resto le spezie in generale) erano utilizzate in cucina ma anche in altri ambiti, per esempio in cosmesi; il suo consumo era così fiorente che a partire dall'imperatore Marco Aurelio vennero imposte ad Alessandria d'Egitto delle tasse alle navi che lo trasportavano.
Il mistero legato alla sua raccolta e, più in generale, a quella di tutte le spezie, era tale che per moltissimo tempo e già a partire dall'antichità, erano presenti bizzarre teorie sui luoghi della loro crescita, sulle genti che vi abitavano, sulle modalità di raccolta ed anche sulle mille peripezie necessarie per ottenerle (e che giustificavano in parte i prezzi di vendita).

(La raccolta del pepe, edizione francese de "Il Milione", data incerta)

In diverse culture del Mediterraneo come quella greca e romana il pepe era utilizzato prevalentemente in medicina; una delle più importanti proprietà che si pensava possedesse era quella di stimolare l'appetito.
I Romani utilizzavano però la varietà a grani lunghi; quello a grani tondi comparì sul mercato solo attorno al XII secolo andando a sostituire il primo, nonostante si conoscessero tutte e due le tipologie.
Ovviamente per molti secoli fu appannaggio esclusivo dei ceti abbienti a causa dell'elevato prezzo di vendita; proprio per questo motivo era soggetto a contraffazioni e truffe: spesso bacche di ginepro o di altre piante che assomigliavano alla spezia venivano spacciate per pepe oppure venivano mescolate palline di piombo per aumentarne il peso e quindi i profitti.
Il nostro protagonista era utilizzato però anche come forma di pagamento, per il riscatto dall'assedio della città di Roma il re dei Visigoti si fece consegnare tra i beni più preziosi anche un'enorme quantità di pepe. E' interessante anche ricordare che per molto tempo fu versato come tributo ai feudatari come parte della dote delle spose di prestigio o dei lasciti testamentari.
La situazione cambiò considerevolmente con la scoperta dell'America e l'apertura di nuove rotte commerciali e quindi con una maggiore disponibilità di spezie (e di pepe) sul mercato. Tutto ciò ne determinò infatti un forte deprezzamento che ebbe importanti ripercussioni sul loro utilizzo, cessarono infatti gradualmente di essere simbolo di nobiltà e prestigio, divenendo disponibili anche agli altri ceti.
Furono molte poi nel corso dei secoli le proprietà curative associate all'utilizzo di questa spezia. In Cina per migliaia di anni fu impiegato per curare i disturbi della digestione ma anche malaria e colera. Anche in antichissimi testi come l'Ayurveda si trovano numerose indicazioni terapeutiche che questa spezia poteva offrire; ovviamente non potevano mancare le comprovate doti afrodisiache, tanto cercate e desiderate da uomini di diverse epoche.
Infine desidero concludere con le simbologie di cui è stato investito nel Cristianesimo, secondo Filippo Picinelli rappresentava il risentimento perché durante la polverizzazione irrita chi lo lavora. Era simbolo anche della virtù perseguitata perché veniva frantumato nel mortaio e, per lo stesso motivo, l'animo generoso perché attraverso questo forte trattamento sprigiona tutte le sue qualità.
Simbologie, riti, usanze frutto di superstizioni, pratiche sociali o religiose si sono intrecciate nel corso dei secoli attorno a questa spezia, consegnandoci oggi un prodotto che profuma anche di storia e tradizioni.

mercoledì 12 luglio 2017

Cultura e storia nell'evoluzione del concetto di dieta.

Oggi con il termine "dieta" intendiamo diverse cose, anzitutto un regime alimentare dimagrante, infatti diciamo sempre "mi metto a dieta"; oppure anche regimi particolari "dieta depurativa, mangia grasso, estiva, ...". In realtà con questo termine si intende l'insieme dei cibi che si assumono in un determinato periodo di tempo. Questo fraintendimento culturale diffuso non coinvolge, purtroppo, tutti noi ma anche i siti che normalmente consultiamo su internet e, troppo spesso, i giornali.
Ritornando al concetto di dieta che ho appena esposto, una volta compreso apre la strada anche ad una riflessione di carattere storico e culturale sulla mutazione dei suoi significati nel corso del tempo. Anzi, credo fermamente che la sua comprensione sia utile per capire meglio molti aspetti della storia degli alimenti.
Nonostante nell'ultimo mezzo secolo siano nate e fiorite numerosissime tipologie di diete di ogni tipo e per ogni esigenza, credo che la più conosciuta in tutto il Mondo sia quella portata alla luce il secolo scorso da uno scienziato americano, Ancel Keys, ovvero la ormai conosciutissima dieta mediterranea, quel sistema alimentare e di vita comune a tutti i territori che si affacciano al Mediterraneo (ovviamente con caratteristiche diverse a seconda della zona) e che ha effetti notevoli sulla salute e sull'aspettativa di vita.
Ma ritornando al tema descritto attraverso il titolo è doveroso ricordare che, nonostante le innumerevoli varianti che oggi ruotano attorno al concetto, i fattori culturali e sociali giocano un ruolo importante nell'atto di scegliere.

(David Teniers il Vecchio, La ricca cucina, 1644, L'Aia, Mauritshuis)
Gli aspetti legati ai valori sociali, culturali, elitari ed al modo di alimentarsi erano di fondamentale importanza per sancire differenze o stabilire appartenenze sociali o a gruppi specifici della società. Il modo di alimentarsi è da sempre stato, come del resto l'ho già ripetuto più volte in numerosi post, un mezzo di distinzione sociale: la dieta del nobile, grassa ed abbondante, si traduceva anche e soprattutto nella "morbidezza" della carni per le donne e nella pancia per gli uomini, un chiaro ed inequivocabile simbolo di possibilità economiche ed opulenza. Molti artisti nelle loro opere hanno documentato questa caratteristica, tra di essi Rubens è forse l'esempio più significativo.
Dal lato opposto vi erano i ceti bassi solitamente rappresentati come magri o consumati; uomini e donne che potevano permettersi solo di sognare il cibo. La fame perenne che ha caratterizzato generazioni di nostri antenati, fino al secolo scorso purtroppo, si è tradotta nel corso del tempo in numerosissime opere pittoriche e letterarie da Nord a Sud il cui culmine è dato rispettivamente dalle rappresentazioni del "Paese di Cuccagna" in cui tutto è commestibile e i cui fiumi sono costituiti da vino e, in ambito letterario-teatrale dalla presenza di Pulcinella, maschera che più di altre incarna la fame atavica mai saziata dei poveri.

(Bulino colorato a pennello, Bassano del Grappa, Museo Remondini, XVIII secolo)

Ma nel corso dei secoli il termine "dieta" è stato associato anche a ristrettezza alimentare, non solo per i poveri ma per diversi ambiti della società: la Quaresima prima di tutto e i vari tempi penitenziali sparsi nel corso dell'anno sono i primi esempi che mi vengono alla mente di parsimonia nel consumo di alimenti; un secondo elemento significativo è la dieta che veniva consumata (soprattutto inizialmente) da monaci e monache, con particolare attenzione a non eccedere nel consumo di cibi ed a evitarne alcune categorie per consentir loro di avere una vita sobria e lontana dalle tentazioni carnali e potersi concentrare quindi sulla meditazione e sulla preghiera. Come non ricordare anche la dieta dei letterati che per motivi simili (ovvero evitare l'intorpidimento dei sensi e dell'intelletto) consumavano poco cibo; da ultimo non bisogna dimenticarsi quella sobria e leggera che veniva consigliata ai malati per guarire e rimettersi in forze.
La dieta, soprattutto in passato, era strettamente connessa al territorio e al clima presenti, questi due fattori, in misura diversa a secondo dei ceti, agivano sulla loro dieta e sul consumo di derrate alimentari.
Concludo con un'ultimo aspetto: dieta e la rivoluzione sociale, ovvero il cambiamento della società con le sue regole; da sempre, se ci pensiamo bene, il cibo è stato utilizzato come mezzo per combattere diritti o far imporre le proprie ragioni (giuste o sbagliate che siano), un aspetto legato a questo ragionamento e che può essere un valido esempio è la Cucina Futurista pensata da Marinetti e i cui obbiettivi erano sovvertire gli schemi culturali e alimentari dell'epoca.
Società, cultura e storia che nel corso del tempo si sono intrecciati ad un termine che ora è utilizzato con accezioni diverse ma ha parzialmente conservato i significati del passato.

(Antonio abate e Paolo eremita si dividono il pane, XVIII secolo, Musée du
Louvre, Parigi)

lunedì 26 giugno 2017

Lo yogurt: all'origine dell'alimentazione.

Vi è un saldo legame tra peregrinazioni umane, scoperte fortuite e, inevitabilmente, essere umano. Molti cibi, metodi di conservazione o consumo delle derrate alimentari sono il risultato da un lato dell'adattamento dell'uomo all'ambiente circostante e dall'altro dell'osservazione di situazioni che definirei casuali ma che hanno avuto un effetto importante sulle materie prime procacciate dall'uomo: quello di renderle maggiormente conservabili e, quasi inevitabilmente, mutare il loro aspetto e gusto originari per dar luogo a prodotti nuovi, fino ad allora non conosciuti.
Indubbiamente lo yogurt appartiene a questa categoria alimentare e culturale; i prodotti cagliati e acidi infatti provengono con tutta probabilità dal Paleolitico, quando l'uomo attraverso l'esperienza poté constatare che il latte che subiva alterazioni era (non sempre chiaramente) per certi versi buono.

(La mungitura, Theatrum Sanitatis, XIV secolo)

Una scoperta che come ho appena esposto è stata quasi sicuramente di tipo casuale: il latte lasciato nella pelle dello stomaco di un animale, utilizzata solitamente come contenitore (in alcune realtà nomadi ancora oggi), venendo a contatto con i residui acidi di tipo batterico e grazie anche alle temperature, determinarono la trasformazione del latte in yogurt. E' chiaro che in questo complesso sistema culturale il controllo dei fenomeni alterativi che determinavano la trasformazione della materia prima originaria in un prodotto differente avvenne col tempo e dopo innumerevoli tentativi, quando in sostanza si poté acquisire una vera e propria tecnica di trasformazione della materia prima.
Tra l'altro alcune leggende di differenti origini documentarono questo aspetto; una delle più conosciute e correlate alla produzione di yogurt è di origine turca.
Dal 2000 a. C. furono probabilmente le tribù nomadi a diffondere lo yogurt dall'Asia. Anche il nome è significativo, deriverebbe infatti da un termine turco il cui significato è "mescolare". Attraverso i Fenici poi il nostro protagonista si diffuse successivamente in tutto l'Occidente, andando a conquistare le maggiori culture del Mediterraneo.
Viene tra l'altro citato nella Bibbia nell'episodio contenuto nella Genesi in cui Abramo, venuto a conoscenza che sua moglie Sara era incinta, porse davanti ai tre angeli apparsi per dargli la notizia il chemah, ovvero latte acido.
Parlando di yogurt non si può non menzionare la sua presenza in molte cucine del passato e del presente, prime fra tutte quella araba e quella indiana. Non solo, nel Nord Europa ed in alcune zone d'Italia come la Sardegna sono presenti diverse tipologie di latte fermentato, tutte con caratteristiche diverse ma dalla chiara origine culturale comune.
Abbastanza note furono anche le sue proprietà terapeutiche, soprattutto per l'insonnia e la tubercolosi; inoltre Galeno, medico greco antico, gli attribuiva proprietà curative contro le malattie del fegato e dello stomaco.
Nella storia recente il medico Ilja Metchnikoff (tra l'altro premio Nobel per la Medicina ad inizio del Novecento) scoprì, dopo numerose ricerche, che il segreto della longevità di molti individui che abitavano in alcune zone della Bulgaria fosse proprio un'alimentazione frugale a base soprattutto di latte acido; scoprì l'importanza dell'assunzione del nostro protagonista per favorire le funzioni intestinali e la flora batterica normalmente presente nell'intestino.
La prima industria sorta per la produzione di yogurt fu a Barcellona nel 1919, a cui seguirono altre in diversi Paesi che si rivelarono, tra l'altro, redditizie.
Col passare del tempo le tecniche di produzione da un lato e gli studi scientifici dall'altro sugli effetti dell'assunzione di yogurt aumentarono considerevolmente, favorendo anche tipologie di prodotti differenti per funzioni, contenuto in grassi, quantità e tipologia di frutta presente o altri alimenti, insomma, una carrellata di alternative che oggi possiamo gustare ma che sono il frutto dell'incontro tra casualità ed intuizione umana.

mercoledì 21 giugno 2017

Frutta, verdura ed integrazione sociale. Associazione possibile?

Come ho avuto modo di esporre attraverso articoli che ho già pubblicato sul mio blog, frutta e verdura sono presenti nei consumi alimentari di tutti i popoli da sempre, naturalmente con sostanziali modifiche nel corso del tempo nel modo di proporli sulla tavola e nei significati sociali ad essi associati; infatti, come del resto ho avuto modo di esporre per tante altre categorie alimentari, sono portatori di significati culturali  sociali.
Frutta e verdura sono presenti nelle diete dei diversi livelli sociali ma, al tempo stesso, come elemento per dividerli e sancire le differenze. Il consumo della frutta da sola e senza gli opportuni abbinamenti con altri alimenti fu per secoli assolutamente sconveniente sia per la medicina che per le regole della società. La frutta infatti era (generalmente) troppo umida per essere consumata così com'era senza abbinarla a cibi secchi (per esempio il formaggio con le pere), al tempo stesso consumare esclusivamente verdura era prerogativa dei ceti bassi non di certo dei nobili. Nonostante queste rigide regole presenti anche sulla tavola per sancire le differenze sociali, occorre affermare che le nostre protagoniste apparivano sulla mensa di tutti i ceti, chiaramente le tipologie variavano anche a seconda delle possibilità e ovviamente per i ceti elevati erano abbinate ad ingredienti pregiati oppure facevano da contorno a preparazioni più elaborate.

(Luis de Mena, Escenas de Mestizaje)

Proprio per la loro presenza effettiva in tutti i ceti sociali, quasi paradossalmente, sebbene con le dovute distinzioni esse furono simbolo di integrazione e coesione.
I prodotti provenienti dall'America, soprattutto in un primo momento, faticarono ad entrare nella società e nei consumi. Allo stesso modo le nuove etnie ed i problemi associati alla possibile loro mescolanza con gli europei crearono sconcerto e disapprovazione diffusi in Europa. Si ritenevano impossibili matrimoni o mescolanze di etnie diverse e, allo stesso modo, venivano guardati con forte sospetto i prodotti provenienti dall'America.

(Miguel Cabrera, De espanol y mestiza, castiza)

Proprio per queste ragioni si diffuse una tipologia di dipinti molto particolare raffigurante le possibili mescolanze tra le varie etnie e, contemporaneamente l'integrazione tra frutta o verdura nuovi e già conosciuti. Ho voluto riportare in questo articolo alcuni esempi che sono significativi per questo discorso. Come si può ben vedere la rappresentazione del mondo vegetale si carica di significati sociali e culturali, presentando le novità botaniche associate a quelle di tipo etnico ed ai pericolosi matrimoni misti che erano proibiti non solo dalla società ma spesso anche dalla religione.
Tali opere sono, per certi versi, esempi di come l'integrazione possa essere presente non solo a tavola ma anche nella società, perfino in un sistema culturale e rigido come quello europeo del Seicento, in particolare quello spagnolo e, di riflesso, sulla cultura del Nuovo Mondo.

(José de Ibarra, De espanol e india, mestizo)
Queste due categorie alimentari fungono quindi da metafora forte e concreta allo stesso tempo, quella riguardo la possibilità di unione e convivenza di elementi apparentemente differenti, un esempio di integrazione insomma, un'interpretazione nuova ed insolita rispetto alle teorie esistenti all'epoca, un modo di pensare e dipingere che forse può insegnare tanto anche oggi.
Desidero precisare infine che, come si può notare la frutta appare nelle rappresentazioni pittoriche coi i propri nomi, una volontà di far conoscere ed illustrare i nuovi prodotti.
Uno dei tanti esempi di integrazione culturale, sociale e soprattutto umana, nonostante le apparenti divisioni  regole che, come si è visto anche attraverso altri approfondimenti, hanno poche radici.

(José de Ibarra, De espanol y morisca, albino)

sabato 10 giugno 2017

Una bevanda per meditare: storia e cultura attorno al tè.

Nel corso del tempo sono sorte numerose leggende per descrivere la scoperta e l'utilizzo delle foglie del tè. Certo è che nei secoli si diffuse molto in numerose parti d'Oriente, due esempi su tutti sono la Corea attorno al  VII secolo ed il Giappone nel 729 d. C. grazie al monaco buddista Yeisei di ritorno dalla Cina. Il suo consumo presso i ceti elevati e soprattutto nei monasteri rese la preparazione di questa bevanda non solo un atto pratico ma soprattutto un rito.
Sebbene oggi quando si parla di tè si pensi alla Cina occorre ricordare che qui divenne popolare relativamente tardi, ovvero verso il VI secolo; fino ad allora fu comune solo la pratica di masticarne le foglie.

(I preparativi del tè, stampa antica)

Dopo l'avvento della dinastia Ming (1368 - 1644) il tè venne dichiarato monopolio di Stato e divenne una moneta di scambio. Da ricordare che Cina e Giappone non furono gli unici poli culturali e di consumo di questa bevanda, anche in India vi è una grande tradizione del tè.
Il nostro protagonista entrò nelle abitudini europee solo attorno al XVII secolo.
Nella seconda metà del Seicento la Russia firmò un patto con la Cina per il trasporto e il passaggio del tè attraverso la Mongolia e la Siberia; da allora la Russia ne divenne uno dei maggiori Paesi consumatori.
In Francia il tè venne importato attorno al 1643. Tra l'altro è utile ricordare che per diverso tempo venne considerato una bevanda per ricchi ed intellettuali e quindi una merce costosa; nonostante ciò la moda attorno al suo consumo si estese anche agli altri Paesi.
L'Inghilterra è legata da sempre, anche nello stereotipo comune, a questa bevanda, già nel 1657 venne aperta a Londra la prima Tea House, il successo fu da subito tanto grande che nel Settecento si serviva più tè che caffè. Come conseguenza a ciò vennero varate forti tasse sulle sue importazioni che incentivarono la nascita e sviluppo di numerose attività di contraffazione che iniziarono ad essere combattute solo alla fine del XIX secolo.
Nel Nuovo Mondo la tradizione del tè ebbe inizio nel 1664 con l'acquisto da parte degli inglesi di New Amsterdam (che divenne poi New York), legate alla storia di questi luoghi sono inoltre le famose guerre che si scatenarono tra coloni ed inglesi che portarono poi i primi a dichiarare l'indipendenza dai secondi.
Attorno al 1834 l'Inghilterra iniziò a creare coltivazioni su ampia scala nelle Indie, qui lo sviluppo dei mezzi di trasporto a partire dalla seconda metà del XIX secolo determinò una riduzione generale dei costi legati alla sua commercializzazione.
Bisogna ricordare che, come successe per altre materie prime, anche il tè inizialmente venne accolto con sospetto; solo successivamente con il suo consolidamento nel tessuto sociale, culturale ed economico la situazione si modificò considerevolmente. Furono numerose poi le indicazioni terapeutiche per le quali veniva consigliato: da buon corroborante ad un aiuto per l'eros, senza parlare degli aspetti culturali ad esso associati: esotismo, incontro con culture considerate affascinanti, raffinatezza e prestigio.
Oggi questa bevanda sta riscontrando (nuovamente) sempre più successo e attenzione, ai quali si aggiunge un occhio di riguardo alla sua origine, al processo di trasformazione della materia prima e alle corrette modalità di preparazione e servizio.
Nell'arte i simboli e significati che il tè ha assunto nel corso dei secoli sono molteplici come si può osservare dai due esempi che ho voluto inserire qua sotto.

(Pietro Longhi, La visita al Lord, 1746, New York, Metropolitan
Museum)

(Johann Zoffany, Lord John Willoughby de Broke e la sua famiglia nella sala
della colazione a Compton Verney, 1766, Los Angeles, The J. Paul Getty Museum)
Nel primo quadro la teiera in argento mostra, senza ombra di dubbio, quale sia la bevanda protagonista, inoltre la presenza del coltello da burro e del burro fa capire quali fossero le abitudini alimentari della colazione che veniva consumata tra l'altro in camera da letto come indica il modo in cui il nobiluomo è vestito. La seconda opera propone una scena di vita di una famiglia di ceto elevato e tipicamente inglese, il servizio da tè in porcellana finemente decorato e la biscottiera non lasciano dubbi anche in questo caso su quale sia la bevanda protagonista. Inoltre, re del piccolo tavolo e, in un certo senso, della scena, il magnifico samovar in argento è un classico esempio dell'importanza del tè; vi era conservata e mantenuta infatti l'acqua calda che serviva a rabboccare la teiera vuota.
Due scorci di un'epoca insomma che fanno capire bene l'importanza che ha avuto il nostro protagonista nella cultura e nei consumi passati.